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sabato 19 gennaio 2013

COME USCIRE DALLA CRISI

I dati macroeconomici dell' Eurozona mostrano chiaramente che le politiche di austerity che si stanno adottando sono fallimentari. La disoccupazione (dati Ocse) è in aumento ovunque, toccando in alcuni paesi (Italia, Grecia, Spagna, Portogallo) delle punte intollerabili soprattutto tra la popolazione giovanile.
Il PIL (ossia il "reddito" da beni e servizi prodotti) decresce spaventosamente nei paesi in difficoltà mentre comincia a frenare nei paesi più "sani" (si veda la Germania). Ciò non è dovuto allo spread, come  il "pensiero" neoliberista vuol farci credere, ma bensì al forte calo dei consumi e quindi della domanda di beni e servizi. Se il numero dei disoccupati, cassaintegrati, e dipendenti in mobilità cresce e per giunta vengono fatti tagli lineari alla spesa pubblica, chi spende? La povertà è in aumento nella maggior parte dell'area euro mentre i ricchi diventano sempre più ricchi , peccato che questa ricchezza venga utilizzata esclusivamente per accrescere patrimoni personali (immobiliari e/o finanziari) e non per investimenti produttivi (non si vuole criminalizzare nessuno, sto solo riportando un dato di fatto).
Siamo entrati nel pieno di una spirale recessiva che ci trascinerà a fondo se non si cambiano immediatamente e radicalmente le politiche economiche europee. Occorre un forte stimolo statale per rimettere in moto  l'economia e creare occupazione (bisogna rivedere a livello europeo, Patto di Stabilità e Crescita, Fiscal Compact e pareggio di bilancio al 2013). La spesa pubblica va ridotta nelle fasi di espansione/crescita e non in quelle di severa recessione; certo occorre eliminare gli sprechi e le "ruberie", ma il conseguente risparmio va riutilizzato in spesa produttiva per creare occupazione!!!! 
Piccolo esempio. "Supponiamo che lo Stato decida di dotare il Paese di una rete telematica ad alta velocità che arrivi in tutte le case, gratis o a prezzi molto contenuti (Clinton fece una cosa del genere). La realizzazione di questa infrastruttura andrebbe direttamente ad aumentare il PIL. Ma non finisce qui. L’azienda che realizza la rete (che eventualmente potrebbe essere anche un’azienda pubblica) dovrà comprare materiali, affittare sedi, investire in macchinari, ecc. Questo incrementerà la domanda dei beni necessari alla produzione. Dovrà anche assumere un certo numero di persone e pagare consulenze tecniche. Queste persone si ritroverebbero un reddito che prima non avevano e che spenderebbero, ad esempio, in alimenti, vestiti, divertimenti e accendendo un mutuo per comprare una casa. Ciò stimolerebbe la domanda di beni di consumo e appartamenti, oltre a stimolare il commercio. A loro volta i produttori di beni di consumo e appartamenti dovrebbero far fronte alla domanda crescente, e così via. Sebbene questo ciclo non sia infinito, in quanto ad ogni passaggio i vari soggetti tenderanno a non spendere tutto il proprio nuovo reddito ma ne risparmieranno una parte, è evidente che un l’intervento pubblico ha prodotto un aumento della domanda aggregata molto maggiore dell’investimento iniziale. Questo meccanismo è chiamato moltiplicatore keynesiano."
Detto da me che non sono un economista potrebbe risultare poco credibile, giusto!
In realtà è da tempo che alcuni economisti neo-keneysiani, premi nobel, come Krugman,  Stiglizt et al. lo gridano a gran voce ed ultimamente anche Blanchard (economista di punta del Fondo Monetario Europeo-FMI) ha lanciato l'allarme: da un confronto con i dati macroeconomici reali, pare che i modelli matematici alla base della politica europea di austerità siano totalmente errati. Qualche mese fa anche la Corte dei Conti Italiana aveva mosso forti dubbi sull'efficacia della terapia del "rigore".
Non è un caso che USA e Giappone (che ha un rapporto Debito/PIL quasi doppio rispetto a quello italiano), due delle più grandi economie del mondo, stiano adottando dei piani eccezionali di spesa pubblica, per rilanciare crescita ed occupazione sebbene la loro situazione non sia grave come la nostra. Non si preoccupano di aumentare il debito, ordinano alle banche nazionali di stampare moneta ( e lo possono fare perchè loro le banche nazionali le hanno), la priorità è la ripresa economica.
Cosa bisognerebbe fare più nel dettaglio? Su di un blog (Keynesblog) ho trovato delle risposte che trovo interessanti (non tutte) se applicate con serietà e rigore (in questo caso va bene!); le riporto integralmente.

"Che fare?
Elenchiamo una serie di ricette che sono state avanzate da più parti in questi mesi. Molte di queste trovano largo consenso nelle fila dell'economia critica, ma anche nella parte più avveduta del mainstream economico:
1) assumere come obiettivo vincolante la riduzione del peso del debito pubblico attraverso la crescita guidata dalla domanda interna e non attraverso i “sacrifici”;
2) trasformare la BCE in una vera Banca centrale, con tutti i poteri e doveri che le altre Banche centrali hanno nel mondo, a partire dalla possibilità di emettere moneta per finanziare il debito pubblico, poter prestare direttamente agli Stati, fungere da prestatore di ultima istanza per gli istituti di credito e investendola del dovere di favorire la crescita e non solo controllare l'inflazione;
3) trasformare l'Unione europea di una “transfer union” come gli USA, in cui il governo centrale si occupa di sostenere finanziariamente i singoli Stati;
4) rilanciare gli investimenti pubblici nella produzione di beni collettivi materiali e immateriali (infrastrutture, ricerca, tutela ambientale, istruzione, salute), anche utilizzando lo strumento degli Eurobond, cioè i “BOT europei”, così da condividere il rischio del debito pubblico e avere una fonte di finanziamento diretto per i programmi comunitari di sviluppo;
5) istituire una vera imposta patrimoniale sia in funzione redistributiva che allo scopo di disincentivare la rendita e indurre invece agli investimenti;
6) favorire chi ha maggiore propensione al consumo, abbassando il carico fiscale sui lavoratori e sul ceto medio;

7) istituire una vera tassa sulle transazioni finanziarie e valutarie sul modello proposto da Keynes e James Tobin, una tassa che sia abbastanza elevata da sfavorire le transazioni a breve termine (tendenzialmente speculative) e quindi incentivare gli investimenti a più lunga scadenza;
8) favorire la centralizzazione dei capitali, superando l'idea che sia sempre vero che “piccolo è bello”: l'Italia ha invece disperato bisogno di “campioni nazionali” che in questi anni sono spariti o si sono indeboliti;
9) d'altro canto in molti casi i distretti industriali italiani non hanno superato la prova della globalizzazione e quindi vanno ripensati in un'ottica di nuova programmazione economica, guardando in particolar modo alle esperienze dei “cluster” negli altri paesi, con un importante ruolo pubblico anche nel trasferimento tecnologico;
10) ridare al settore pubblico un ruolo di peso nell'economia, bloccando le privatizzazioni dei servizi pubblici, mettendo al centro l'interesse collettivo e usando le grandi imprese nazionali ancora in mano pubblica come volani per lo sviluppo;
11) aumentare considerevolmente la spesa pubblica in ricerca, poiché il tessuto economico italiano è troppo frammentato in microimprese per potersi accollare i costi necessari;
12) usare la spesa pubblica per orientare la modernizzazione del sistema produttivo italiano e la sua indipendenza; due esempi concreti sono a) l'adozione obbligatoria del software libero nelle pubbliche amministrazioni, non tanto per favorire i risparmi ma soprattutto per stimolare la nascita e la crescita di imprese italiane nel settore, affrancandosi così dalla eccessiva dipendenza verso l'estero, e usando l'Università come laboratorio di innovazione tecnologica per la produzione di software libero come “bene collettivo”; b) domanda pubblica di energia verde e stimoli alla ricerca tecnologica e alla produzione
nazionale di impianti produttivi di energie pulite;
13) combattere la precarietà cancellando molte delle forme contrattuali oggi vigenti e favorendo la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, sia attraverso un contratto di inserimento fortemente orientato alla formazione sia attraverso carichi che rendano antieconomico il ricorso ai contratti diversi dal tempo indeterminato;
14) rafforzare e tutelare il potere contrattuale dei lavoratori (in particolar modo attraverso Contratto nazionale di lavoro) in modo che i salari tendano a risalire per favorire la domanda interna e la crescita."