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giovedì 9 gennaio 2014

Stiglitz: Economia Malata

L'otto Settembre scorso, a Los Angeles, Joseph Stiglitz è intervenuto, con un discorso a mio avviso "stellare", all'assemblea di una delle più grosse federazioni sindacali americane (AFL-CIO).
L'economista premio nobel ha parlato dell'enorme disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza che si è venuta a creare nell'ultimo ventennio: sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi. Una ristretta cerchia di persone detiene la maggior parte della ricchezza. Questa enorme disuguaglianza, frutto di precise ed errate (per il 99%) scelte poltiche è alla base della crisi che stiamo vivendo. Stiglitz parla della situazione americana, dove comunque si sta assistendo ad un inversione di tendenza grazie alla politica economica del binomio Obama-FED, ma il discorso può essere tranquillamente calato nella realtà italiana.
Il seguente è tratto da una trascrizione delle dichiarazioni di Joseph Stiglitz alla convenzione AFL-CIO a Los Angeles l'8 settembre.

Sono un economista - io studio come le economie funzionano e non funzionano. E’ evidente per me che la nostra economia è stata malata per molto tempo. Uno dei motivi per cui è stata così male è la disuguaglianza, e ho deciso di scrivere un articolo e un libro sull’argomento.
Due anni fa, ho scritto un articolo per Vanity Fair intitolato, "Dell’ 1%, dall’ 1%, per l'1%", che racchiude il senso di tutto. Per troppo tempo, i lavoratori e coloro che rispettano le regole hanno visto i loro stipendi ridursi o restare invariati, mentre i trasgressori hanno rastrellato enormi profitti e ricchezze. Ciò ha reso malate sia la nostra economia sia la nostra politica. 
Voi tutti conoscete i fatti: mentre la produttività dei lavoratori americani è aumentata vertiginosamente, i salari hanno subito una stagnazione. Avete lavorato sodo - dal 1979, la vostra produttività per ora è aumentata del 40%, ma il salario è aumentato di poco. Nel frattempo, l'1% porta a casa oltre il 20% del reddito nazionale.
La Grande Recessione ha peggiorato le cose. Alcuni dicono che la recessione si è conclusa nel 2009. Ma per la maggior parte degli americani, questo è semplicemente sbagliato: il 95% dei guadagni 2009-2012 è andato all'1% più ricco. Il restante 99% non ha mai veramente recuperato.
Più di 20 milioni di americani che vorrebbero un lavoro a tempo pieno non riescono ancora ad ottenerlo, i redditi sono ancora inferiori rispetto a 15 anni fa, la ricchezza della classe media è di nuovo ai livelli di 20 anni fa. I giovani americani devono affrontare una montagna di "debiti di studio" con misere prospettive di lavoro.
Siamo diventati il ​​paese avanzato con il più alto livello di disuguaglianza, con il più grande divario tra ricchi e poveri. Siamo soliti essere orgogliosi di noi stessi - eravamo il ​​paese in cui tutti erano classe media. Ora quella classe media si sta restringendo e sta soffrendo.
Il messaggio centrale del mio libro, Il prezzo della disuguaglianza, è che noi tutti, benestanti e poveri, stiamo pagando il conto per questo enorme divario. Inoltre, questa disuguaglianza non è inevitabile. Non è, ….. come il tempo, qualcosa che ci accade. Non è il risultato di leggi della natura o di leggi dell'economia. Piuttosto, è qualcosa che creiamo, con la nostra politica e con quello che facciamo.
Abbiamo volutamente creato questa disuguaglianza con leggi che hanno indebolito i sindacati, che hanno eroso il nostro salario portandolo, in termini reali, al livello più basso dal 1950, con leggi che hanno permesso agli amministratori delegati di prendere la fetta più grande della torta societaria, fallimentari leggi che hanno messo le innovazioni tossiche di Wall Street prima dei lavoratori. Abbiamo reso quasi impossibile estinguere i debiti degli studenti. Abbiamo investito poco in istruzione. Abbiamo tassato i giocatori d'azzardo del mercato azionario a tassi inferiori rispetto ai lavoratori e abbiamo incoraggiato gli investimenti all'estero piuttosto che in patria.
Siamo chiari: la nostra economia non funziona nel modo in cui un'economia ben funzionante dovrebbe. Abbiamo vasti bisogni insoddisfatti, ma lavoratori e macchinari inattivi. Abbiamo ponti che necessitano di riparazione e strade e scuole da costruire. Abbiamo studenti che hanno bisogno di un’istruzione adeguata al XXI secolo, ma stiamo gettando via gli insegnanti. Disponiamo di case vuote e persone senza fissa dimora. Abbiamo banche ricche che non concedono prestiti alle nostre piccole imprese, ma che usano invece la loro ricchezza e ingegnosità per manipolare i mercati e sfruttare le persone che lavorano concedendo prestiti “usurai”.
E' chiaro che l'unica vera e sostenibile prosperità è la prosperità condivisa. Se potessimo garantire un lavoro a tutti coloro che sono disposti a lavorare duro, potremmo avere una economia e una società più eque e più prospere.
Per realizzare ciò, abbiamo bisogno di far crescere la nostra economia. Ma non possiamo farlo se gli stipendi non crescono mentre l'insicurezza è in crescita visti gli incombenti tagli al welfare.
Se abbiamo regolatori o il capo della Fed che proteggono i posti di lavoro e i bonus dei banchieri piuttosto che i posti di lavoro e diritti per tutti gli americani, non lo realizzeremo.
Non lo realizzeremo attraverso scriteriati tagli alla spesa pubblica: scuole, ospedali, polizia o vigili del fuoco. Questi sono modi per mantenere la nostra economia malata. E un'economia in cui il 95% della crescita va all’1% dei più ricchi può essere chiamato solo così: malata.
Quello che serve è investire nel nostro futuro - in istruzione, tecnologia e infrastrutture.
E i nostri problemi sono molto più profondi della crescita debole. Stiamo perdendo la possibilità di definirci come la terra delle opportunità. Una volta quello che un americano era in grado di raggiungere nella vita dipendeva da quanto duramente, lei o lui, lavorasse. Oggi, dipende molto di più dalla famiglia in cui si nasce – dal suo reddito e livello di istruzione. E la situazione americana è peggiore rispetto alla maggior parte dei paesi avanzati. Stiamo perdendo il sogno americano.
Se diventassimo nuovamente la terra delle opportunità, potremmo trovare il modo per essere più equi, più dinamici, più prosperi e più onesti.
Ma per raggiungere questo obiettivo abbiamo bisogno che i mercati lavorino come dovrebbero. Non possiamo consentire che i monopolisti e l'1 per cento usino il loro potere per ricavare più del reddito del paese - diversamente dai cittadini comuni.
La nostra democrazia è in pericolo. Alla disuguaglianza economica segue la disuguaglianza politica. Abbiamo una Corte Suprema che dichiara che le società sono persone e dovrebbero avere il diritto incontrollato di spendere soldi per influenzare la politica. I nostri sindacati sono frenati. Piuttosto che un governo del popolo, stiamo diventando un governo del 1%.
Sulla carta, possiamo ancora sostenere l'uguaglianza e il principio di una persona un voto. In realtà, alcune voci si fanno sentire più forte - molto più forte - delle altre. Come risultato, abbiamo ascoltato troppo da Wall Street, non abbastanza da “Main Street” e dai lavoratori americani.
Piuttosto che la giustizia per tutti, ci stiamo evolvendo in un sistema di giustizia per coloro che possono permetterselo. Noi abbiamo le banche che non sono solo troppo grandi per fallire, ma anche troppo grandi per essere “chiamate a rispondere”.
165 anni fa, Lincoln disse: "Una “casa” dilaniata dai contrasti interni non può stare in piedi." Siamo diventati una casa divisa al suo interno - divisa tra il 99% e l'1%, tra i lavoratori e coloro che li vorrebbero sfruttare. E’ necessario riunire la casa, ma ciò non accadrà spontaneamente.
Accadrà solo se i lavoratori si riuniscono. Se si organizzano. Se si uniscono per combattere per ciò che sanno essere giusto, in ogni luogo di lavoro, in ogni comunità, e in ogni capitale dello stato e a Washington. Dobbiamo ripristinare non solo la democrazia a Washington ma sui posti di lavoro.
Accadrà solo quando i lavoratori si renderanno conto che possiedono, attraverso i fondi pensioni, gran parte del capitale del nostro paese, e che abbiamo permesso che questo capitale fosse gestito in modi che sfruttano i lavoratori e i consumatori.
Noi accademici possono descrivere quello che sta succedendo nelle statistiche - ma siete voi che sapete cosa realmente sta accadendo attraverso ciò che vedete e sperimentate ogni giorno.
La sfida che avete di fronte raramente è stata più grande. Voi siete ancora una piccola parte di America. Ma siete il più grande gruppo che rappresenta la stragrande maggioranza degli americani che lavorano duro e rispettano le regole. .
È necessario che altri si uniscano a voi, che collaborino con voi, che si organizzino con voi, che combattano con voi. Solo voi potete far sollevare la voce dei cittadini americani ed esigere ciò per cui avete lavorato così duramente. Insieme, possiamo far crescere la nostra economia, rafforzare le nostre comunità, ripristinare il sogno americano, e ristabilire la nostra democrazia - un governo non del 1%, per l'1%, e dal 1%, ma un governo di tutti gli americani , per tutti gli americani, e da tutti gli americani.

giovedì 14 febbraio 2013

L'Europa neoliberista ammette le sue colpe?!?!

Olli Rehn
In una lettera inviata ai ministri delle finanze dei paesi dell'unione, il vicepresidente della Commissione Europea nonché commissario per gli affari economici e monetari, Olli Rehn, comunica che, per i paesi in difficoltà, sarà possibile prolungare i tempi fissati per raggiungere il pareggio di bilancio. Le motivazioni? Continuare con la politica del "rigore" potrebbe aggravare pesantemente la situazione di crisi in cui ci troviamo. Rehn usa il condizionale ma subito dopo nella lettera riconosce che l'ipotesi è di fatto una realtà: il debito nella Ue, è passato dal 60% del Pil prima della crisi al 90% di adesso, ed è «ampiamente riconosciuto» che oltre quel livello «ha effetti negativi sul dinamismo economico che si traduce in un abbassamento della crescita per molti anni».
La verità è che, come ho scritto in tanti post precedenti ( vedi qui, qui, qui e qui), molti economisti premi nobel (Krugman, Stiglitz, ecc...) e non solo lo stanno sostenendo da tempo: l'austerity in tempi di recessione è un vero e proprio suicidio! Purtroppo la politica economica europea è "dettata" da economisti neoliberisti, non so fino a che punto indipendenti, convinti del fatto che il mercato è capace di regolarsi da solo e che la crisi è stata determinata dal fatto che "abbiamo vissuto per troppo tempo al di sopra delle nostre possibilità". Per questo la soluzione al problema, basata su modelli matematici errati, è stata punire tutti i "cattivoni" con politiche di rigore e austerità. Botte da orbi su Grecia, Portogallo, Spagna e Italia. Ma ieri il premier francese Jean-Marc Ayrault, intervistato dall'emittente televisiva France 3 ha confermato - la notizia era già stata anticipata - che la Francia non riuscirà a riportare il deficit sotto il 3% del Pil nel 2013.
Oh cielo, non solo i "cattivoni" sono in difficoltà allora? Vuoi vedere che stiamo sbagliando tutto? (Secondo me, invece, è: cavoli ci hanno scoperto, non possiamo più negare l'evidenza).
Del resto, sempre nella giornata di ieri in un discorso al Congresso, Obama confermava la sua intenzione di voler procedere nella direzione della crescita anche adottando politiche di espansione monetaria (Debito).  Qualche settimana fa, lo stesso Giappone annunciava una nuova strategia economica orientata alla crescita, basata pesantemente sull'emissione di nuova moneta (Debito).
Ricordo che, grazie a Berlusconi e Tremonti,  l'Italia si era impegnata, nell'agosto del 2011, a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2013. I due geni di cui sopra, pur di non mollare le poltrone di un governo ormai sfiduciato, ebbero addirittura "l'ardire" di anticipare tale data, inizialmente fissata come per la Francia al 2014. Come alcuni giornali hanno riportato, ciò ci avrebbe probabilmente costretto (a questo punto il condizionale è d'obbligo vista la lettera di Rehn) ad una manovra aggiuntiva nel 2013 di circa 7 miliardi di euro. Ebbene oggi i due geni hanno ancora il coraggio di proporsi di nuovo alla guida del paese.
Ma torniamo a noi. La presa di coscienza dell'Unione Europea, che naturalmente non sarà considerata tale dai fanatici dei tagli e del "rigor Montis", ci consentirà nei prossimi mesi di avere un pò di respiro. Il nuovo Governo, a patto che vi sia stabilità, molto probabilmente, ricorrerà a tale possibilità allentando la "morsa" del fiscal compact che come sappiamo impedisce alle Amministrazioni Pubbliche di spendere anche per investimenti produttivi. Un pò di spesa ci darà un pò di ossigeno. Basterà? Assolutamente no! Occorre cambiare radicalmente la politica economica dell'UE (sono sempre gli economisti premi nobel che lo sostengono non io)! Per chi ha tempo e voglia, allego un filmato di 30 minuti in cui il premio Nobel Stiglitz dà una lezione a Monti sul tema. L'argomento è trattato in maniera semplice, quindi anche i non esperti in economia possono comprendere!
NOTA IMPORTANTE La mia non è una critica all'Istituzione Europa (sono un convinto europeista anche se ci sono parecchie cose da migliorare, unità fiscale e politica in primis) ma bensì alla politica economica adottata finora, "frutto" del "pensiero" dominante (in quanto maggioritario) del partito popolare europeo (PPE), in cui siedono non solo la Merkel ma anche Berlusconi, Casini e Monti. C'è bisogno di un'Europa socialdemocratica per cambiare le cose, per questo voterò Bersani!!!!!


sabato 19 gennaio 2013

COME USCIRE DALLA CRISI

I dati macroeconomici dell' Eurozona mostrano chiaramente che le politiche di austerity che si stanno adottando sono fallimentari. La disoccupazione (dati Ocse) è in aumento ovunque, toccando in alcuni paesi (Italia, Grecia, Spagna, Portogallo) delle punte intollerabili soprattutto tra la popolazione giovanile.
Il PIL (ossia il "reddito" da beni e servizi prodotti) decresce spaventosamente nei paesi in difficoltà mentre comincia a frenare nei paesi più "sani" (si veda la Germania). Ciò non è dovuto allo spread, come  il "pensiero" neoliberista vuol farci credere, ma bensì al forte calo dei consumi e quindi della domanda di beni e servizi. Se il numero dei disoccupati, cassaintegrati, e dipendenti in mobilità cresce e per giunta vengono fatti tagli lineari alla spesa pubblica, chi spende? La povertà è in aumento nella maggior parte dell'area euro mentre i ricchi diventano sempre più ricchi , peccato che questa ricchezza venga utilizzata esclusivamente per accrescere patrimoni personali (immobiliari e/o finanziari) e non per investimenti produttivi (non si vuole criminalizzare nessuno, sto solo riportando un dato di fatto).
Siamo entrati nel pieno di una spirale recessiva che ci trascinerà a fondo se non si cambiano immediatamente e radicalmente le politiche economiche europee. Occorre un forte stimolo statale per rimettere in moto  l'economia e creare occupazione (bisogna rivedere a livello europeo, Patto di Stabilità e Crescita, Fiscal Compact e pareggio di bilancio al 2013). La spesa pubblica va ridotta nelle fasi di espansione/crescita e non in quelle di severa recessione; certo occorre eliminare gli sprechi e le "ruberie", ma il conseguente risparmio va riutilizzato in spesa produttiva per creare occupazione!!!! 
Piccolo esempio. "Supponiamo che lo Stato decida di dotare il Paese di una rete telematica ad alta velocità che arrivi in tutte le case, gratis o a prezzi molto contenuti (Clinton fece una cosa del genere). La realizzazione di questa infrastruttura andrebbe direttamente ad aumentare il PIL. Ma non finisce qui. L’azienda che realizza la rete (che eventualmente potrebbe essere anche un’azienda pubblica) dovrà comprare materiali, affittare sedi, investire in macchinari, ecc. Questo incrementerà la domanda dei beni necessari alla produzione. Dovrà anche assumere un certo numero di persone e pagare consulenze tecniche. Queste persone si ritroverebbero un reddito che prima non avevano e che spenderebbero, ad esempio, in alimenti, vestiti, divertimenti e accendendo un mutuo per comprare una casa. Ciò stimolerebbe la domanda di beni di consumo e appartamenti, oltre a stimolare il commercio. A loro volta i produttori di beni di consumo e appartamenti dovrebbero far fronte alla domanda crescente, e così via. Sebbene questo ciclo non sia infinito, in quanto ad ogni passaggio i vari soggetti tenderanno a non spendere tutto il proprio nuovo reddito ma ne risparmieranno una parte, è evidente che un l’intervento pubblico ha prodotto un aumento della domanda aggregata molto maggiore dell’investimento iniziale. Questo meccanismo è chiamato moltiplicatore keynesiano."
Detto da me che non sono un economista potrebbe risultare poco credibile, giusto!
In realtà è da tempo che alcuni economisti neo-keneysiani, premi nobel, come Krugman,  Stiglizt et al. lo gridano a gran voce ed ultimamente anche Blanchard (economista di punta del Fondo Monetario Europeo-FMI) ha lanciato l'allarme: da un confronto con i dati macroeconomici reali, pare che i modelli matematici alla base della politica europea di austerità siano totalmente errati. Qualche mese fa anche la Corte dei Conti Italiana aveva mosso forti dubbi sull'efficacia della terapia del "rigore".
Non è un caso che USA e Giappone (che ha un rapporto Debito/PIL quasi doppio rispetto a quello italiano), due delle più grandi economie del mondo, stiano adottando dei piani eccezionali di spesa pubblica, per rilanciare crescita ed occupazione sebbene la loro situazione non sia grave come la nostra. Non si preoccupano di aumentare il debito, ordinano alle banche nazionali di stampare moneta ( e lo possono fare perchè loro le banche nazionali le hanno), la priorità è la ripresa economica.
Cosa bisognerebbe fare più nel dettaglio? Su di un blog (Keynesblog) ho trovato delle risposte che trovo interessanti (non tutte) se applicate con serietà e rigore (in questo caso va bene!); le riporto integralmente.

"Che fare?
Elenchiamo una serie di ricette che sono state avanzate da più parti in questi mesi. Molte di queste trovano largo consenso nelle fila dell'economia critica, ma anche nella parte più avveduta del mainstream economico:
1) assumere come obiettivo vincolante la riduzione del peso del debito pubblico attraverso la crescita guidata dalla domanda interna e non attraverso i “sacrifici”;
2) trasformare la BCE in una vera Banca centrale, con tutti i poteri e doveri che le altre Banche centrali hanno nel mondo, a partire dalla possibilità di emettere moneta per finanziare il debito pubblico, poter prestare direttamente agli Stati, fungere da prestatore di ultima istanza per gli istituti di credito e investendola del dovere di favorire la crescita e non solo controllare l'inflazione;
3) trasformare l'Unione europea di una “transfer union” come gli USA, in cui il governo centrale si occupa di sostenere finanziariamente i singoli Stati;
4) rilanciare gli investimenti pubblici nella produzione di beni collettivi materiali e immateriali (infrastrutture, ricerca, tutela ambientale, istruzione, salute), anche utilizzando lo strumento degli Eurobond, cioè i “BOT europei”, così da condividere il rischio del debito pubblico e avere una fonte di finanziamento diretto per i programmi comunitari di sviluppo;
5) istituire una vera imposta patrimoniale sia in funzione redistributiva che allo scopo di disincentivare la rendita e indurre invece agli investimenti;
6) favorire chi ha maggiore propensione al consumo, abbassando il carico fiscale sui lavoratori e sul ceto medio;

7) istituire una vera tassa sulle transazioni finanziarie e valutarie sul modello proposto da Keynes e James Tobin, una tassa che sia abbastanza elevata da sfavorire le transazioni a breve termine (tendenzialmente speculative) e quindi incentivare gli investimenti a più lunga scadenza;
8) favorire la centralizzazione dei capitali, superando l'idea che sia sempre vero che “piccolo è bello”: l'Italia ha invece disperato bisogno di “campioni nazionali” che in questi anni sono spariti o si sono indeboliti;
9) d'altro canto in molti casi i distretti industriali italiani non hanno superato la prova della globalizzazione e quindi vanno ripensati in un'ottica di nuova programmazione economica, guardando in particolar modo alle esperienze dei “cluster” negli altri paesi, con un importante ruolo pubblico anche nel trasferimento tecnologico;
10) ridare al settore pubblico un ruolo di peso nell'economia, bloccando le privatizzazioni dei servizi pubblici, mettendo al centro l'interesse collettivo e usando le grandi imprese nazionali ancora in mano pubblica come volani per lo sviluppo;
11) aumentare considerevolmente la spesa pubblica in ricerca, poiché il tessuto economico italiano è troppo frammentato in microimprese per potersi accollare i costi necessari;
12) usare la spesa pubblica per orientare la modernizzazione del sistema produttivo italiano e la sua indipendenza; due esempi concreti sono a) l'adozione obbligatoria del software libero nelle pubbliche amministrazioni, non tanto per favorire i risparmi ma soprattutto per stimolare la nascita e la crescita di imprese italiane nel settore, affrancandosi così dalla eccessiva dipendenza verso l'estero, e usando l'Università come laboratorio di innovazione tecnologica per la produzione di software libero come “bene collettivo”; b) domanda pubblica di energia verde e stimoli alla ricerca tecnologica e alla produzione
nazionale di impianti produttivi di energie pulite;
13) combattere la precarietà cancellando molte delle forme contrattuali oggi vigenti e favorendo la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, sia attraverso un contratto di inserimento fortemente orientato alla formazione sia attraverso carichi che rendano antieconomico il ricorso ai contratti diversi dal tempo indeterminato;
14) rafforzare e tutelare il potere contrattuale dei lavoratori (in particolar modo attraverso Contratto nazionale di lavoro) in modo che i salari tendano a risalire per favorire la domanda interna e la crescita."